22 giugno 2024

IN TANZANIA CON MIO NONNO parte III


Fuga dal turismo di massa. Giornata con i pescatori Zanzibarini




Non c’è niente da fare: il ruolo del ‘turista medio’, proprio non fa per me. L’esperienza con i delfini a Zanzibar raccontata nell’articolo precedente mi ha profondamente segnato ed ho bisogno di scappare da questa folla di turisti per immergermi nella cultura locale. Ma cosa fare di caratteristico in una parte così turistica dell’isola? Era da giorni che osservavo queste barche di legno cariche di pescatori rientrare all’ora di pranzo con il pesce. Mi sarebbe piaciuto vedere come pescano qui e com’è fatta la giornata tipo di un pescatore qui a Zanzibar. Così, dopo tanti, ma tanti tentativi di richiesta ai pescatori per portarmi con loro il giorno seguente, finalmente riesco a convincere il capitano di una barca.

Sono le 5, la sveglia suona, finalmente, dall’emozione non riuscivo a dormire… ora mi aspettano 20 minuti di camminata in spiaggia per raggiungere il punto da cui partono le barche da pesca. Anche nonno si sveglia e mi augura una buona pesca, speriamo non porti sfiga qui a Zanzibar. L’unica informazione che mi hanno dato è l’orario e ciò che devo portarmi ovvero una maschera da sub, da mangiare e dell’acqua. Prendo tutto e porto con me la mia GoPro; sarà bello raccontare l’esperienza mostrando i video a mio nonno. Bene, la marea è bassa, posso incamminarmi; ieri i pescatori mi hanno detto di farmi trovare lì alle 6, io arriverò un po’ prima, ho la stessa sensazione che si ha il primo giorno di lavoro o di scuola. Mentre il cielo comincia a prendere colore, arrivo alle barche dei pescatori e vengo accolto da sguardi indifferenti e discorsi incomprensibili in Swahili; riesco a capire solo Mzungo (uomo bianco). Credo stiano parlando di me… io saluto, faccio finta di niente e mi siedo su un tronco, osservando il mare e gustando il mio chapati (una specie di piadina) ed una banana rossa. Poi finalmente arriva il capitano della barca sulla quale lavorerò oggi, Faraji, e un po’ più sorridente, mi porta a conoscere il resto dell’equipaggio; saremo in 13. In poco tempo prendiamo le nostre cose e ci incamminiamo verso la barca; io ancora non ho idea di che tipo di pesca faranno, di cosa dovrò fare io e di dove andremo. C’è solo un ragazzino di 16 anni che parla pochissimo inglese, e per ovviare al problema della comunicazione, mi hanno appena insegnato tre parole in swahili: Pamoja, insieme. Nenda, Vai. Acha, fermo. Finalmente saliamo sulla barca: è fatta completamente in legno, entra acqua, c’è un ammasso di reti nere ed una puzza incredibile. Loro cominciano a “bullizzarmi” un po’, continuano a chiamarmi Mzungo e a dire frasi in swahili. Forse qualcuno di loro si lamenta con il capitano per la mia presenza; probabilmente pensano che io sia solo un problema in più da gestire e che non sia in grado di combinare nulla. Lecito pensarlo.


Ancora ignaro del mio compito, mi guardo intorno ed è tutto così perfetto; la puzza di pesce, la scarsa comunicazione, l’ambiente un po’ ostile… sono gasatissimo; è proprio il tipo di situazioni in cui mi piace cacciarmi. Così ci dirigiamo verso il reef, e dopo 20 minuti di navigazione, uno dei ragazzi, Imani, si tuffa con una maschera di fortuna, senza elastici, solo appoggiata sul viso. Nel frattempo, spegniamo il motore ed aspettiamo che lui ci faccia un cenno. Nell’attesa, mi offrono un pezzo di manioca, una radice che usano mangiare dicendomi che mi darà la forza per affrontare la giornata di pesca; io senza fare troppe domande la mangio. Dopo un po’, il ragazzo esce dall’acqua e risale in barca senza dire niente; presumo che la ricerca sia stata infruttuosa. Dopo altri 3 o 4 tuffi finalmente ci avvisa che c’è qualcosa, e con una velocità ed una coordinazione spaventosa, i ragazzi calano le reti e circondano il branco di pesci. Insieme le ritiriamo, ma purtroppo non rimane nulla. A questo punto, i ragazzi decidono di darmi un po’ di fiducia e mi fanno tuffare in acqua. Nuotando, ci avviciniamo a un grosso catamarano moderno. Sotto di esso, si celava un grosso branco di sardine che usava l’ombra dell’imbarcazione per nascondersi da dei grossi barracuda che nuotavano nelle acque poco più profonde. Così, comincio a guardare quello che faceva Imani, cercando di imitarlo: lui si immergeva e sbattendo le mani l’una con l’altra, provocava piccoli schiocchi sott’acqua che facevano scappare il branco in mare aperto e più in superficie, in modo che dalla barca potessero calare le reti e catturarne il maggior numero possibile. Lo seguo; in due riusciamo a fare più rumore sott’acqua e a spostare il branco in un luogo ideale per calare le reti. Ci siamo, Imani tende il braccio verso l’alto, per fare cenno alla nostra barca che il branco è lì intorno a noi. I ragazzi cominciano a calare le reti e ci circondano, è quasi fatta… Imani con il braccio teso fuori dall’acqua chiude il pugno della mano, e i ragazzi cominciano a recuperare le reti; ora il nostro compito è quello di non far uscire il branco da sotto, quindi cerchiamo di immergerci il più possibile in profondità spingendo il branco in superficie. È fatta, sono nella rete. Un altro ragazzo si tuffa con noi e ci aiuta a spingere su la rete piena di pesci, sono tantissimi! L’emozione e la soddisfazione sono immense, e scoppiano tutti a ridere dandoci il pugno in segno di vittoria. Sono riuscito a guadagnare la loro fiducia e mi sento uno di loro! Rientrati, con più di 60 chili di sardine, la gente del posto accorre a riva per comprare il pesce al miglior prezzo, il resto verrà poi venduto al mercato per circa 20 euro. Ad aspettarmi in spiaggia con uno sguardo curioso e fiero di suo nipote c’è anche mio nonno, che ha evitato di venire con noi non per i suoi 76 anni suonati, ma per il suo mal di mare… ma grazie alla mia GoPro potrò fargli vedere tutto come se fosse lì con me!

Il contatto diretto con i pescatori e la loro vita quotidiana, l’apprendimento delle parole in swahili e l’esperienza di trascorrere una giornata di lavoro con loro, ha aperto una finestra autentica sulla vita dell’isola. Questa immersione nella realtà locale ha consentito di superare le barriere superficiali dei luoghi turistici e di entrare in contatto con la vera essenza di Zanzibar. 
Questa esperienza ha anche fornito un ricordo indelebile di connessione autentica e di come le esperienze fuori dagli schemi turistici possano arricchire profondamente il significato di un viaggio.



*pubblicato sul settimanale online Il Pensiero anno 1 n°3



21 giugno 2024

IN TANZANIA CON MIO NONNO parte II


Avventura tra turismo di massa o natura incontaminata?


Immagina di fare un safari in Tanzania: sono ore che percorri strade sterrate in cerca di animali

nella savana più inoltrata, ma nulla, nessuna traccia. Poi all’improvviso, in lontananza, cominci ad

intravedere un elefante, poi tre, dieci, trenta, quaranta, cinquanta elefanti! Sembra come se stiano

aspettando te per farsi ammirare per poi continuare la loro migrazione. Un momento magico.


Ora prendi gli stessi elefanti, mettili sempre nella savana, ma con strade più , molto più 
facilmente raggiungibili e soprattutto, stavolta non sei solo, ci sono oltre 20 jeep cariche di turisti, come 
te, che li rincorrono e gli scattano centinaia di foto urlando. Ecco questo è uno dei due episodi identici che ho vissuto nel mio ultimo viaggio in Tanzania, e che hanno scaturito in me molte domande. Il secondo però è accaduto in mare: ero sull’isola di Zanzibar, sul versante nord, più precisamente a Nungwi, una parte molto turistica di Zanzibar. Erano le 4 del pomeriggio, sapevo che entro un paio d’ore sarebbe calato il sole regalandoci un bel tramonto. Decido quindi di fare un’uscita di pesca di un paio d’ore con una barchetta privata. Arrivati a ridosso del reef cominciamo a pescare, ma nulla, il mare sembrava deserto. 

Arrivati a ridosso del reef cominciamo a pescare, ma nulla, il mare sembrava deserto.  Poi proprio mentre il sole stava per calare e l’atmosfera diventava magica, il silenzio del mare calmo viene rotto da un grosso.. splash! Mi giro di colpo e a circa venti metri dalla nostra barca scorgo la pinna dorsale di un delfino che emergendo per respirare rifletteva la luce del sole che stava tramontando. Poi un altro, e un altro ancora, finché non si avvicinano sotto la nostra barca e si lasciano guardare attraverso l’acqua cristallina che circonda l’isola, il tutto al tramonto, da soli in mezzo al mare, mangiando probabilmente l’ananas più buona della mia vita. Ce ne torniamo a casa felici e ancora emozionati dall’incontro casuale al tramonto. 

Eccitato dall’esperienza inaspettata con i delfini, il giorno dopo decido di replicarla in un’escursione che organizzano vicino l’isola di Mnemba per vederli da più vicino e nuotare con loro... l’inizio di un disastro. Decine e decine di barche che ad ogni emersione del branco di delfini si lanciavano a manetta su di loro, facendo tuffare in acqua turisti frenetici, assetati di foto e video. Un momento così naturale, come un branco di delfini che nuota nel loro habitat, viene rovinato e usurpato della sua naturalezza e trasformato in una rincorsa folle e scellerata priva di poesia.

QUESTE SONO LE CONSEGUENZE DEL TURISMO DI MASSA.

La frenesia nel dover trovare per forza tutto subito bruciando gli step fisiologici della natura o del contesto sociale in cui si viaggia. Nella maggior parte delle persone questa scena può passare inosservata e del tutto normale, ma per me che avevo provato il giorno prima quell’emozione così forte e naturale è stato un trauma. In questo viaggio, ho compreso profondamente l’impatto del turismo di massa, questa volta sulla bellezza naturale della Tanzania.

È FONDAMENTALE PROMUOVERE UN TURISMO RESPONSABILE
CHE RISPETTI GLI EQUILIBRI ECOLOGICI E CULTURALI
DI QUESTI LUOGHI.

Se ho una missione è quella di contribuire, condividendo la mia esperienza e incoraggiando un approccio più sostenibile al viaggiare. È un impegno per preservare non solo la meraviglia del presente, ma anche per garantire che le future generazioni possano godere di simili emozioni autentiche. Il desiderio di condividere queste informazioni e, soprattutto, di uscire dall’immagine del turista medio per affrontare qualcosa di più autentico, da vero locale, è diventato per me la missione di questo
viaggio... to be continued.

*pubblicato sul settimanale online Il Pensiero anno 1 n°2

IN TANZANIA CON MIO NONNO parte I

Avventura intergenerazionale tra natura e cultura


Nel cuore pulsante dell’Africa, tra i parchi nazionali della Tanzania, a bordo di una Toyota Land Cruiser beige, un ragazzo di 24 anni ed un signore di 76, stanno percorrendo chilometri di strada sterrata. Ecco, quei due eravamo io e mio nonno, finalmente in procinto di realizzare il viaggio che abbiamo sognato per anni. Questa storia di desiderare un safari ha inizio qualche anno fa... Da quando ne ho memoria, sono sempre stato affascinato dagli animali. Da bambino, anziché giocare ai videogiochi, leggevo l’Atlante degli animali o guardavo i documentari di National Geographic insieme a mio nonno. La pulsione di vedere questi animali nel loro ambiente naturale, in distese incontaminate, era fortissima. Così, dopo mille indecisioni, decidiamo di prenotare il nostro viaggio dei sogni, solo io e lui. Partendo da Roma, con uno scalo a Zurigo, raggiungiamo le pendici del monte Kilimanjaro, e qui il nostro viaggio ha inizio. Ci aspettano centinaia di chilometri ogni giorno per visitare i tre parchi che ci eravamo prefissati. Il primo è il Cratere Ngorongoro, letteralmente un cratere di un vulcano (più precisamente una caldera) situato a 2200 metri sopra il livello del mare, con una superficie di 265 chilometri quadrati.

Immaginate di fare un grosso buco nella terra, rendetelo molto rigoglioso e metteteci dentro tante specie di animali, una sorta di Arca di Noè dei giorni nostri. In questo paradiso riusciamo a vedere praticamente tutti gli animali che ognuno di noi spera di incontrare in un safari, e con non poca fortuna, ben due dei pochissimi esemplari di rinoceronti neri rimasti in Tanzania. Il nostro viaggio continua nel secondo parco, il Serengeti, tradotto dallo swahili, “pianura senza fine”. Il Serengeti è una vasta pianura di 30000 chilometri quadrati, dove puoi sentirti veramente piccolo. Infinite tonalità di marrone e beige si estendono all’infinito, raramente interrotte dal rosso acceso dei tessuti che usano per vestirsi e tenere lontani i predatori i Masai, popolazione nomade che vive ancora all’interno del parco. In questa immensa pianura, non mancano avvistamenti di leoni, ghepardi, leopardi, ma soprattutto milioni di gnu e centinaia di migliaia di zebre e gazzelle che compiono ciclicamente la grande migrazione in cerca di territori più rigogliosi, uno spettacolo senza eguali. Durante il percorso per raggiungere il campo tendato in cui avremmo dormito, situato nella zona più a nord, più arida e quindi opposta al flusso migratorio, non vi era più traccia di animali, o almeno così ci aveva detto la guida. Se non fosse che dal nulla, ci troviamo da soli, al tramonto, immersi in un branco di circa 50 elefanti di ogni dimensione che compiono in tutta tranquillità la loro migrazione. L’emozione incontenibile mia e di mio nonno sarà un ricordo che custodirò gelosamente per tutta la mia vita. Come sempre, gli eventi inaspettati sono i più emozionanti. Arrivati al campo tendato, ci concediamo una birra guardando il sole che scompare nella savana, tingendo l’atmosfera di rosso, seduti intorno a un fuoco, il tutto fa da cornice a tante chiacchiere e confronti con mio nonno che consolidano ancora di più il nostro rapporto e ci permettono di conoscerci ancora meglio. Ci addormentiamo tra il frinire dei grilli e qualche lamento di alcune leonesse non troppo distanti dal campo. 

La sveglia suona presto; sono le 5, è ancora notte, e dobbiamo attraversare di nuovo tutto il Serengeti per visitare il nostro ultimo parco, il Tarangire. L’alzataccia ci premia, e lungo la strada, la savana ci mostra tutti quegli animali che cacciano di notte o nelle prime luci dell’alba. Qui ho avuto la possibilità di vedere da vicinissimo una famiglia di leoni e la fortuna di avvistare un serval, o gattopardo, un felino molto raro da vedere. Abbandoniamo il fascino delle strade sterrate per l’asfalto più confortevole, ma anche più affollato, arrivando al parco del Tarangire. Qui, lungo il fiume omonimo, ci immergiamo in una natura più accessibile ai turisti, ricca di baobab e paesaggi rigogliosi. Tuttavia, l’atmosfera incantata dei giorni precedenti si dissolve lentamente, poiché ci rendiamo conto che la presenza di numerose jeep che inseguono ogni elefante, gazzella o facocero trasforma questo spettacolo naturale in una sorta di rincorsa veloce e continua, come se non si rispettassero i tempi e le leggi della natura. La magia autentica si mescola con il turismo di massa, e questo genera in me una riflessione che comincia a maturare: quanto è giusto disturbare degli animali in natura per il solo scopo turistico? Ma questa è un’altra storia... magari ve ne parlo in un’altro racconto.


*pubblicato sul settimanale online Il Pensiero anno 1 n°1

IN TANZANIA  CON MIO NONNO  parte III Fuga dal turismo di massa. Giornata con i pescatori Zanzibarini Non c’è niente da fare: il ruolo del ‘...