IN TANZANIA CON MIO NONNO parte III
Fuga dal turismo di massa. Giornata con i pescatori Zanzibarini
Non c’è niente da fare: il ruolo del ‘turista medio’, proprio non fa per me. L’esperienza con i delfini a Zanzibar raccontata nell’articolo precedente mi ha profondamente segnato ed ho bisogno di scappare da questa folla di turisti per immergermi nella cultura locale. Ma cosa fare di caratteristico in una parte così turistica dell’isola? Era da giorni che osservavo queste barche di legno cariche di pescatori rientrare all’ora di pranzo con il pesce. Mi sarebbe piaciuto vedere come pescano qui e com’è fatta la giornata tipo di un pescatore qui a Zanzibar. Così, dopo tanti, ma tanti tentativi di richiesta ai pescatori per portarmi con loro il giorno seguente, finalmente riesco a convincere il capitano di una barca.
Sono le 5, la sveglia suona, finalmente, dall’emozione non riuscivo a dormire… ora mi aspettano 20 minuti di camminata in spiaggia per raggiungere il punto da cui partono le barche da pesca. Anche nonno si sveglia e mi augura una buona pesca, speriamo non porti sfiga qui a Zanzibar. L’unica informazione che mi hanno dato è l’orario e ciò che devo portarmi ovvero una maschera da sub, da mangiare e dell’acqua. Prendo tutto e porto con me la mia GoPro; sarà bello raccontare l’esperienza mostrando i video a mio nonno. Bene, la marea è bassa, posso incamminarmi; ieri i pescatori mi hanno detto di farmi trovare lì alle 6, io arriverò un po’ prima, ho la stessa sensazione che si ha il primo giorno di lavoro o di scuola. Mentre il cielo comincia a prendere colore, arrivo alle barche dei pescatori e vengo accolto da sguardi indifferenti e discorsi incomprensibili in Swahili; riesco a capire solo Mzungo (uomo bianco). Credo stiano parlando di me… io saluto, faccio finta di niente e mi siedo su un tronco, osservando il mare e gustando il mio chapati (una specie di piadina) ed una banana rossa. Poi finalmente arriva il capitano della barca sulla quale lavorerò oggi, Faraji, e un po’ più sorridente, mi porta a conoscere il resto dell’equipaggio; saremo in 13. In poco tempo prendiamo le nostre cose e ci incamminiamo verso la barca; io ancora non ho idea di che tipo di pesca faranno, di cosa dovrò fare io e di dove andremo. C’è solo un ragazzino di 16 anni che parla pochissimo inglese, e per ovviare al problema della comunicazione, mi hanno appena insegnato tre parole in swahili: Pamoja, insieme. Nenda, Vai. Acha, fermo. Finalmente saliamo sulla barca: è fatta completamente in legno, entra acqua, c’è un ammasso di reti nere ed una puzza incredibile. Loro cominciano a “bullizzarmi” un po’, continuano a chiamarmi Mzungo e a dire frasi in swahili. Forse qualcuno di loro si lamenta con il capitano per la mia presenza; probabilmente pensano che io sia solo un problema in più da gestire e che non sia in grado di combinare nulla. Lecito pensarlo.
Ancora ignaro del mio compito, mi guardo intorno ed è tutto così perfetto; la puzza di pesce, la scarsa comunicazione, l’ambiente un po’ ostile… sono gasatissimo; è proprio il tipo di situazioni in cui mi piace cacciarmi. Così ci dirigiamo verso il reef, e dopo 20 minuti di navigazione, uno dei ragazzi, Imani, si tuffa con una maschera di fortuna, senza elastici, solo appoggiata sul viso. Nel frattempo, spegniamo il motore ed aspettiamo che lui ci faccia un cenno. Nell’attesa, mi offrono un pezzo di manioca, una radice che usano mangiare dicendomi che mi darà la forza per affrontare la giornata di pesca; io senza fare troppe domande la mangio. Dopo un po’, il ragazzo esce dall’acqua e risale in barca senza dire niente; presumo che la ricerca sia stata infruttuosa. Dopo altri 3 o 4 tuffi finalmente ci avvisa che c’è qualcosa, e con una velocità ed una coordinazione spaventosa, i ragazzi calano le reti e circondano il branco di pesci. Insieme le ritiriamo, ma purtroppo non rimane nulla. A questo punto, i ragazzi decidono di darmi un po’ di fiducia e mi fanno tuffare in acqua. Nuotando, ci avviciniamo a un grosso catamarano moderno. Sotto di esso, si celava un grosso branco di sardine che usava l’ombra dell’imbarcazione per nascondersi da dei grossi barracuda che nuotavano nelle acque poco più profonde. Così, comincio a guardare quello che faceva Imani, cercando di imitarlo: lui si immergeva e sbattendo le mani l’una con l’altra, provocava piccoli schiocchi sott’acqua che facevano scappare il branco in mare aperto e più in superficie, in modo che dalla barca potessero calare le reti e catturarne il maggior numero possibile. Lo seguo; in due riusciamo a fare più rumore sott’acqua e a spostare il branco in un luogo ideale per calare le reti. Ci siamo, Imani tende il braccio verso l’alto, per fare cenno alla nostra barca che il branco è lì intorno a noi. I ragazzi cominciano a calare le reti e ci circondano, è quasi fatta… Imani con il braccio teso fuori dall’acqua chiude il pugno della mano, e i ragazzi cominciano a recuperare le reti; ora il nostro compito è quello di non far uscire il branco da sotto, quindi cerchiamo di immergerci il più possibile in profondità spingendo il branco in superficie. È fatta, sono nella rete. Un altro ragazzo si tuffa con noi e ci aiuta a spingere su la rete piena di pesci, sono tantissimi! L’emozione e la soddisfazione sono immense, e scoppiano tutti a ridere dandoci il pugno in segno di vittoria. Sono riuscito a guadagnare la loro fiducia e mi sento uno di loro! Rientrati, con più di 60 chili di sardine, la gente del posto accorre a riva per comprare il pesce al miglior prezzo, il resto verrà poi venduto al mercato per circa 20 euro. Ad aspettarmi in spiaggia con uno sguardo curioso e fiero di suo nipote c’è anche mio nonno, che ha evitato di venire con noi non per i suoi 76 anni suonati, ma per il suo mal di mare… ma grazie alla mia GoPro potrò fargli vedere tutto come se fosse lì con me!
Il contatto diretto con i pescatori e la loro vita quotidiana, l’apprendimento delle parole in swahili e l’esperienza di trascorrere una giornata di lavoro con loro, ha aperto una finestra autentica sulla vita dell’isola. Questa immersione nella realtà locale ha consentito di superare le barriere superficiali dei luoghi turistici e di entrare in contatto con la vera essenza di Zanzibar.
Questa esperienza ha anche fornito un ricordo indelebile di connessione autentica e di come le esperienze fuori dagli schemi turistici possano arricchire profondamente il significato di un viaggio.

Nessun commento:
Posta un commento